
STORY
Le donne delle maree
Sulla costa di Zanzibar, il lavoro delle donne segue il ritmo delle maree. Un racconto fotografico di gesti, fatica, paesaggio e autonomia.
Quando la marea si ritira, il mare sembra allontanarsi per chilometri. Al suo posto rimane una distesa chiara, attraversata da pozze d’acqua, alghe, pali sottili e figure che avanzano lentamente verso l’orizzonte. Sono soprattutto donne. Entrano nell’acqua bassa portando corde, sacchi, recipienti. Raggiungono le coltivazioni di alghe e iniziano un lavoro fatto di gesti ripetuti. La marea stabilisce l’orario. Fotografandole ho capito rapidamente che il mare, qui, non poteva essere soltanto uno sfondo.

Filari di alghe scoperti dalla bassa marea, costa di Zanzibar
Da lontano il paesaggio conserva tutta la bellezza che associamo a Zanzibar. Ma avvicinandosi alle donne quella stessa immagine cambia significato. La spiaggia diventa un luogo di lavoro. Le distanze diventano fatica. Ho cercato di fotografare questa dimensione senza trasformarla in folklore. Mi interessavano i gesti, le posture, le relazioni. La concentrazione di chi continua a lavorare mentre intorno il paesaggio sembra chiedere soltanto di essere contemplato.


Raccolta manuale delle alghe durante le prime ore del mattino

Condivisione di tecniche e tempi di lavoro tra le coltivatrici.
Le coltivazioni disegnano sul fondale una geometria provvisoria. Pali, fili e alghe dividono lo spazio in linee che esistono soltanto per poche ore. Poi la marea comincia a salire. Le tracce scompaiono progressivamente. È forse questa trasformazione continua ad avermi colpito più di ogni altra cosa. Ogni giorno il paesaggio viene costruito e cancellato.
Dietro quei gesti quotidiani c’è anche una forma concreta di autonomia.

Legatura delle alghe ai fili di nylon, prima dell’essiccazione.

Il mare non è lo sfondo del loro lavoro. Ne decide il tempo, la distanza e perfino la forma.

Quando la marea si ritira, il mare sembra allontanarsi per chilometri. Al suo posto rimane una distesa chiara, attraversata da pozze d’acqua, alghe, pali sottili e figure che avanzano lentamente verso l’orizzonte. Sono soprattutto donne. Entrano nell’acqua bassa portando corde, sacchi, recipienti. Raggiungono le coltivazioni di alghe e iniziano un lavoro fatto di gesti ripetuti. Quando l’acqua concede accesso alle coltivazioni si lavora; quando ritorna, quello spazio scompare.

Da lontano il paesaggio conserva tutta la bellezza che associamo a Zanzibar: la luce, l’orizzonte, il colore dell’acqua, le palme sulla costa. Ma avvicinandosi alle donne quella stessa immagine cambia significato. La spiaggia diventa un luogo di lavoro. Le distanze diventano fatica. L’acqua costringe il corpo a trovare un equilibrio diverso. Ho cercato di fotografare questa dimensione senza folklore, interessandomi ai gesti, alle posture, alle relazioni.

Le coltivazioni disegnano sul fondale una geometria provvisoria. Pali, fili e alghe dividono lo spazio in linee che esistono soltanto per poche ore. Poi la marea comincia a salire. Quello che poco prima era un luogo di lavoro torna a sembrare soltanto acqua. Ogni giorno il paesaggio viene costruito e cancellato, e il lavoro deve ricominciare nello stesso spazio.
La raccolta delle alghe rappresenta per molte donne un’attività economica propria, introducendo nella vita quotidiana uno spazio di responsabilità e indipendenza.


Il mare non è lo sfondo del loro lavoro. Ne decide il tempo, la distanza e perfino la forma.



Dietro quei gesti quotidiani c’è anche una forma concreta di autonomia.
La coltivazione e la raccolta delle alghe rappresentano per molte donne un’attività economica propria, costruita attraverso conoscenze trasmesse, collaborazione e capacità di adattamento. Non cancella la fatica e non trasforma il lavoro in una favola emancipatoria. Ma introduce nella vita quotidiana uno spazio di responsabilità e indipendenza.
È questa complessità che ho cercato di conservare nelle fotografie.
Non volevo raccontare soltanto la bellezza dei corpi dentro il paesaggio né soltanto la durezza del lavoro. Le due cose convivono. Come convivono la leggerezza apparente dell’acqua e la resistenza necessaria per attraversarla ogni giorno.
Quando sono tornato sulla riva, quelle figure continuavano a muoversi lontano, sempre più piccole.
Poche ore dopo il mare avrebbe cancellato ogni traccia.
Le fotografie restano anche per questo: non per fermare la marea, ma per ricordare ciò che per qualche ora è esistito davanti ai nostri occhi.

NOTE SUL PROGETTO
Fotografie e testo di Stefano Iachetti ·
Zanzibar, Tanzania — 2019
Le donne delle maree fa parte della mia ricerca sulle persone e sui luoghi nei quali lavoro, paesaggio e memoria finiscono per coincidere. Fotografare significa, in questi casi, restare abbastanza a lungo da comprendere che ciò che appare immobile sta in realtà cambiando continuamente.